DA DIRITTO E GIUSTIZIA DI GIUFFRE’

MEZZI DI PROVA | 06 Febbraio 2017

Nessun dubbio: le video e audio registrazioni sono lecite e utilizzabili come prove documentali nel processo

di Fabio Valerini – Assegnista di ricerca in diritto processuale civile

Spesso sorge l’interrogativo se sia conforme al diritto, oppure vietato, registrare – o videoregistrare – una conversazione tra presenti anche all’insaputa dell’altro partecipante al fine poi di fare uso della video-registrazione in un giudizio come prova.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 5241/17; depositata il 3 febbraio)

 

Posso registrare con il mio telefonino una telefonata (sia in uscita che in entrata)? Posso fare una ripresa video o foto di fatti o persone da utilizzare in giudizio? La risposta è chiara: assolutamente si!
Lo conferma la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza del 3 febbraio 2017, n. 5241 dove chiarisce che non vi è alcun limite al fatto che un soggetto registri, magari tramite il proprio smartphone, una conversazione con un altra persona senza necessità che quest’ultima debba essere preventivamente informata.

Video del rapporto sessuale. Nel caso di specie la Suprema Corte, nel decidere di un ricorso de libertate proposto da un agente di  polizia indagato per aver indotto indebitamente una prostituta ad avere due rapporti sessuali, ha esaminato la  questione della prova dei fatti contestati.
Ebbene, nel fascicolo era presente una video-registrazione fatta dallo stesso indagato del rapporto tra lo stesso e la persona offesa (anzi, con due persone offese).
Ecco allora che la Corte di Cassazione ritiene necessario svolgere alcune considerazioni proprio sull’uso delle registrazioni video e sonore nei casi di violenza sessuale affermando principi validi, però, nella generalità dei casi.
Il principio espresso – anche sulla scorta di consolidata giurisprudenza – è che «le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da una persona autorizzata ad assistervi … costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico».
Anche perché, ricordano i giudici, «la persona che registra (o, come nel nostro caso, che viene filmata dallo stesso autore del fatto) … è pienamente legittimata a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso, anche se la registrazione fosse avvenuta su consiglio o incarico della Polizia Giudiziaria».
Del resto la Suprema Corte riconosce espressamente una circostanza incontestabile : «le moderne tecniche di registrazione [sono] alla portata di tutti, per l’uso massiccio dei telefonini smart, che hanno sempre incorporati registratori vocali e video, e l’uso di app dedicate per la registrazione di chiamate e di suoni, consentono una documentazione inconfutabile ed oggettiva del contenuto di colloqui e/o telefonate [nel caso di specie] tra il violentatore e la vittima».

Non sono intercettazioni. Del resto «le registrazioni di conversazioni – e di video – tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’art. 267 c.p.p. in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono, come sopra visto, n una particolare forma di documentazione, non sottoposta ai limiti ed alle formalità delle intercettazioni».

Principio valido anche nel processo civile. Ovviamente, quanto affermato in sede penale dalla Suprema Corte vale anche nel processo civile dove le video-registrazioni sono prove documentali  che, generalmente, rientrano nel campo di applicazione dell’art. 2712 c.c. (riproduzioni meccaniche).

E la privacy? Infine, e per completezza, resta da superare un’ulteriore obiezione solitamente mossa alle video-registrazioni all’insaputa ( o anche no) dell’altra parte: non puoi registrare senza il mio consenso perché violeresti la mia privacy.
Senonché l’obiezione non coglie nel segno almeno in tutte le ipotesi in cui la documentazione così ottenuta venga effettivamente utilizzata per tutela dei propri diritti (ovviamente la conclusione sarà diversa se quei video fossero diffusi!).